Meloni apre all’invio di navi a Hormuz con tregua e ok del Parlamento; Schlein chiede pace e mandato multilaterale

Giorgia Meloni conferma l’apertura dell’Italia a contribuire a una missione di sminamento nello Stretto di Hormuz, ma fissa due condizioni: una tregua stabile nell’area e il via libera del Parlamento. La premier, rientrata dal vertice di Parigi promosso da Emmanuel Macron con i partner della cosiddetta coalizione dei Volenterosi, ha ribadito che ogni passo avverrà nel perimetro delle procedure parlamentari.
Il dibattito si sviluppa in un clima politico agitato anche dagli attacchi di Trump. Nel frattempo, la nuova chiusura dello Stretto annunciata dall’Iran conferma un quadro in evoluzione, mentre l’esecutivo afferma di lavorare per garantire la sicurezza della navigazione e contenere gli effetti sull’approvvigionamento energetico.
Dall’opposizione, Elly Schlein esprime scetticismo sugli esiti del vertice e chiede che qualsiasi intervento navale sia preceduto da un accordo di pace e da un chiaro mandato multilaterale. Giuseppe Conte rilancia l’ipotesi di un negoziato più ampio che coinvolga anche la Cina, collega la crisi iraniana al conflitto in Ucraina e sostiene la necessità di riaprire al gas russo per calmierare i costi energetici.
Una linea che, in parte, trova sponda in Matteo Salvini, il quale però insiste direttamente sul ritorno agli acquisti da Mosca senza porre condizioni diplomatiche. Sul fronte interno, prosegue alla Camera l’iter del decreto Sicurezza, già approvato dal Senato, sul quale il governo è pronto a porre la fiducia.
Il provvedimento introduce nuove misure su armi bianche, fermo preventivo, stupefacenti e reati contro il patrimonio e si prepara a un duro scontro con le opposizioni.
In questo contesto, la ministra per le Riforme Elisabetta Casellati ha espresso vicinanza al vice dirigente della Digos della Questura di Roma, Francesco Romano, colpito al volto da una bottiglia durante disordini in un corteo di anarchici nella capitale: “Chi attacca le forze dell’ordine attacca lo Stato”.
Dal Partito Democratico arrivano critiche frontali al testo. Debora Serracchiani, responsabile Giustizia del partito, definisce “gravissimo” l’articolo 30-bis del decreto, che secondo lei consentirebbe al Viminale di stipulare accordi sui programmi di rimpatrio volontario anche con il Consiglio Nazionale Forense, introducendo incentivi economici per gli avvocati a favorire il rientro dei propri assistiti.
Serracchiani denuncia inoltre il rischio di perdita del patrocinio a spese dello Stato per i ricorsi contro le espulsioni, parlando di una misura che “lede la dignità dei professionisti” e punta a “reprimere e togliere diritti”, più che a rafforzare la sicurezza.
Il leader di Più Europa, Riccardo Magi, ha scritto al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella chiedendo un incontro urgente per rappresentare “un vero allarme costituzionale” sull’iter del decreto.
Nella lettera, Magi denuncia tempi parlamentari estremamente compressi, con il provvedimento arrivato alla Camera a ridosso della scadenza per la conversione e con la fiducia già preannunciata, definendo il metodo “grave e inaccettabile” perché riduce lo spazio di esame per i deputati.
I prossimi passaggi si giocano su due tavoli: in Parlamento, con la fiducia sul decreto Sicurezza, e sul piano internazionale, dove l’esecutivo condiziona qualsiasi impiego di navi nello Stretto di Hormuz a una tregua stabile e al mandato delle Camere.
